Continuava a pensarci stanotte. Perché ovviamente non dorme. Perché guai a non pensarci anche solo per un istante.
Forse ha ragione sua sorella. Forse così com’è non va, forse deve cambiare.
Perché “se continui così, resterai sola. Tu allontani chi vuole starti vicino”
E probabilmente è vero. Anzi, se prova a vedere la sua vita dall’esterno, è assolutamente così.
Allontana chi vuole starle vicino. Forse per la paura dell’abbandono. Per non rivivere di nuovo quella specie di abbandono di qualche anno fa. Che non ha mai superato. Quindi è lei ad andarsene per prima.
Senza drammi, senza nemmeno aver discusso o litigato. A poco a poco si allontana.
Anche scrivere queste parole la fa soffrire. Ma può farlo solo qui. Se davvero c’è bisogno di cambiare, deve guardarsi bene dentro e cacciare fuori i pensieri. Per cui scrive. Ché parlare con qualcuno proprio non le va.
E poi pensa che, nonostante tutto, è davvero fortunata. Ha intorno persone che la cercano nonostante lei sia distante. Solo ieri, e succede tutti i giorni, ha ricevuto due chiamate da amiche che non sentiva da mesi. Due amiche che la rimproveravano perché “mi faccio sentire sempre io” e poi, dopo il rimprovero “Mi manchi”. Lei probabilmente, al posto loro, si sarebbe già stancata di cercarsi.
Ogni giorno c’è qualcuno che tramite una mail, un sms, una chiamata, cerca di avvicinarla.
Sì, è fortunata. Ovvio che non vorrebbe restare sola. Ma la corda prima o poi si spezza, è allora è probabile che resti sola, un giorno o l’altro.
Perché chiunque prima o poi si scoccia.
Ma non sa come rompere questa catena.
Al suo migliore amico non scrive una mail da due mesi.
Nonostante lui la cerchi sempre e quando ritorna dalla polentonia, la prima persona che va a trovare è sempre lei. A casa, al lavoro “dove sei? Ti raggiungo io”, ovunque.
La sua migliore amica non riceve una telefonata da mesi.
Le altre amiche dell’università non ne parliamo.
Eppure, non se lo spiega, davvero, loro ci sono sempre.
Forse ha ragione sua sorella.
Ma ammettere di avere un problema è solo il primo passo.
masticavo semi di mela alla luce del mattino
31 magnothing more, nothing less. (il centesimo post)
29 magHo aperto la Moleskine che mi è stata regalata e che avevo perso.
L’ultimo appunto risale al due febbraio. Preparare valigia.
Sto scrivendo col calamaio, inchiostro seppia, proviene da Amalfi.
Quattro mesi di nulla. Pagine bianche, bianco di vuoto sulla mia incompiutezza.
Era una valigia piccola. Non-si-possono-superare-i-tot-chili.
Tornai con più cose di quante ne avessi all’andata, lo faccio sempre.
Racconti della Kolyma, Piccolo Principe, Questa è l’acqua.
È un vuoto che non si può colmare. Sono parole scritte ormai altrove.
È un’idea magnifica. Inchiostro, calamaio e bigliettini legati da un nastro di raso come regalo da dare agli ospiti in occasione di un matrimonio.
Dovetti sedermici sopra, per farla chiudere. All’accettazione arrivai con la valigia e una busta ecologica della Feltrinelli. Dimentico sempre le borse in giro, tanto vale non portarle.
Non mi sposerò mai.
Disegno con la punta un neo color seppia su un altro neo color seppia.
Non disegno mai nulla di nuovo. Non disdegno mai nulla di nuovo.
Ho ripreso l’inchiostro già sei volte.
Mi perdo tra le curve delle parole che scrivo e vorrei non finissero mai.
Le fitte alla mano sinistra mi ricordano perché ormai non scriva più con la penna.
27 maggio. Un altro appunto. Lo leggo solo io.
È solo un appunto. Ci vediamo fra quattro mesi.
Mia cognata non si droga #1
25 magStavo per scrivere un post su mia cognata, che è un personaggio davvero unico, credetemi.
Poi mi è venuto in mente che un anno fa, su splinder, avevo già scritto qualcosa.
Per cui vi ripropongo come i peperoni un sunto di due post dell’anno scorso.
Per la gioia della mia nota pigrizia.
Quando incontrai per la prima volta quella che sarebbe diventata la moglie di mio fratello, avevo all’incirca 9 anni, gli occhiali tondi alla Mister Magoo con la montatura rosa, la nanitudine di adesso (non perché ora sia alta, anzi bassa come allora, nel senso che so’ sempre stata quella che si accorgeva per ultima che stesse piovendo, ecco), i capelli a caschetto con la frangetta (grazie papà, eh), parlavo al contrario (è una storia della quale parlerò prima o poi) e facevo le imitazioni.
Eravamo a cena in un ristorante romano quando mio fratello disse:
“Lei è Orecchiorecchio, un’amica” [see, un’amica, mo’ si dice così…(commento dei miei genitori quando al termine della serata giungemmo a casa)].
Durante la serata diedi ovviamente sfoggio al mio vasto repertorio di scemità.
Ero bravissima come entertainer, ma se oggi riproponessi quelle scenette credo che potrei essere considerata anche più decerebrata di lui.
“Straf, mi hanno detto che sai fare le imitazioni!” disse Ori.
“Eccerto che so’ brava! Vuoi che ti faccia Andreotti?” (il congiuntivo è stato perfezionato, a 9 anni che pretendete?)
E prontamente mi ingobbivo, socchiudevo gli occhi, mi tenevo le mani abbassando i gomiti e solitamente dicevo, con la classica voce del Papa Nero:
“Il poteve logova chi non ce l’ha” e altre frasi del genere.
“So’ brava pure a fare Carmen La Sorella e Fantozzi, sai?”
E prima che qualcuno potesse incoraggiarmi o fermarmi con tutte le sue forze, attaccavo con:
“Sono bvava, sono bella, sono Cavmen La Sovella”, sedendomi a tre quarti e parlando con voce suadente.
“aaah, com’è umano lei”, ari-ingobbendomi, cacciando fuori una parte di lingua e parlando come il ragionier Ugo.
Se ora vedessi una bambina del genere, direi che da grande diventerebbe sicuramente un genio.
Conoscendo la persona che sono ora, dico che come veggente non è che abbia tutto ‘sto futuro…
Vabbè, ho divagato.
Dunque, vi ho già accennato che ritengo sia senza dubbio il mio personaggio preferito®.
Perché?
Beh, innanzitutto è comica. Ma non di quelli che fanno battute sperando di suscitare ironia nell’interlocutore. No. Lei non si rende proprio conto del suo straordinario potenziale.
Volete che vi faccia qualche esempio?
Bene, l’avete voluto voi, poi non vi lamentate con me.
Un giorno, a casa di mio fratello…
Straf: “Ore’, qual è il tuo piatto preferito?”
Orecchiorecchio (accentttoh calabbbreseh): “eeh, una volta me lo ricordavo, ora non lo so più qual è”
“Come non te lo ricordi? O lo sai o non lo sai”
“eeeh, e non me lo rrricòrdoh”
“Eh, come quella volta del sushi…” disse stra-fratello.
“Quale volta del sushi?”
“Mi disse: Andiamo a mangiare sushi?”.
“Ma a te il sushi fa schifo, ore’”
“Ma nooh, è il mio piatto preferito!”
“Ore’, a te il sushi fa schifo e pure a me”
“Nooh, t’ho dettoh che mi piaceh”
“Fatto sta che andammo a mangiare il sushi, lo assaggiò e disse:
Aah ma è questoh, a me il sushi fa schifo allorah”
“Ma se m’hai detto che era il tuo piatto preferito!”
“E mi sohnoh sbagliatah. A me ppiaceh quello fatto a pallini”
“?”
“Quello con le verdure!”
“Aaah, il cous cous!”
“eeh, il chouhsh chouhsh. Che poi a pensarci beneh non è nemmeno il mio piattoh ppreferitoh”
“…e mo chi se lo mangia il sushi che a me fa schifo?”
No, spiegatemelo. Come si fa a confondere il sushi col cous cous?
E vogliamo parlare di quella volta dell’ascensore?
Parliamone.
“Ore’, perché non parte l’ascensore?”
“E qua c’è scritto Premere-Push. Ma io il tasto Push non lo trovoh”
segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire.
23 magUn anno fa a quest’ora, giorno più, giorno meno, era pervasa da qualcosa che non provava più da tanto tempo.
Si sentiva come ci si sentiva nelle domeniche d’estate quando si è piccoli. Quando la mattina si usciva a prendere le paste, ci si vestiva meglio del solito e si passeggiava per le vie del paese.
Come le compresse effervescenti in un bicchiere d’acqua.
Come una tazza di spremuta di arance acerbe con un cucchiaino di miele di castagno.
Era felice. Timorosa, ma felice.
Fin quando tutto poi andò in frantumi, e vabbè. Pazienza. Si dice così.
Era davvero un sentimiento nuevo, che le teneva alta la vita. È da stamattina che ha in mente questa canzone. Che ama particolarmente. È una canzone che disegna un punto e a capo.
Non importa quanto abbia fatto schifo la vita precedente. Se provi un sentimiento nuevo, tutto si resetta.
Sei pronto a lasciare nel passato le tue delusioni, sei pronto a vivere la vita che vorresti vivere davvero.
Nulla ti spaventa, nulla ti inibisce.
Ci pensava giusto stamattina. Chi potrebbe farle suscitare nuovamente un sentimiento nuevo?
Chi riesca a entrare in profonda connessione con lei. E voi giustamente vi chiederete cosa significhi.
Perché può significare tutto, ma anche niente.
Sa di essere particolarmente complicata in questo. Anche perché, se volesse, potrebbe avere qualche storiella senza importanza. Ma non le interessa. Non le è mai interessato.
Ha bisogno della comunione di intenti e di due menti che si capiscano senza bisogno di utilizzare parole superflue.
Sarà la stanchezza, sarà che si rende sempre più conto di quanto certe volte non permetta di farsi amare per paura di non essere amata abbastanza, sarà quest’ansia che da qualche giorno le rende le notti insonni, sarà questo e magari altro ancora.
Ma stasera ha proprio tanto freddo.
Questo non è un food blog.
21 magPremessa: quello che state per leggere (se fossi in voi non lo leggerei, ma se siete femmine o thommi, jack e swann, lo farete. A cap’ chell è) è un post schifosamente campano.
Si useranno termini prettamente riconducibili ai molteplici dialetti della mia amata e ridente Campania Felix.
Come qualcuno di voi topoloni curiosoni saprà, mi piace cucinare assaje.
Poi il problema è che m piac’ pur magna’ e il mio metabolismo fa schif (con la sc dolce), ma è una quistione che affronteremo ‘n ata vot.
Dunque, anche se non ve lo meritate, oggi mi sento piuttosto buona, per cui vi svelerò alcuni segreti relativi alla preparazione di un dolce che mi piace assaje, che avrebbe pure un suo nome specifico, ma che chiamerò “Dolce all’ananas di zia S. applicato al favoloso estro di Straf”, perché io stravolgo ogni ricetta.
Pronti? Sì, dovete cucinarlo adesso.
Pronti?
Bene, pigliate tre ov’ fresche fresche (sempre con la sc dolce) appena uscite, quindi calde calde.
Per fare questo dovrete andare in una fattoria vicina o da una vostra amica non famosa per il suo acume.
Una volta prese le uova, dovrete avviarvi a casa correndo, pure se siete andati là con la macchina, che spero vivamente vi rubino.
È un processo necessario allo shakeramento delle ov’. Quindi correrete, ma ogni due passi dovrete farne altri due su una gamba sola. Le uova saranno così pronte all’uso e voi avrete rassodato ‘na coscia più dell’altra. (Sarebbe preferibile usare, per il saltello doppio, la gamba che ha più problemi di ritenzione idrica)
Poi vi servono 11 cucchiai di farina. Ovviamente vi serviranno 11 cucchiai, ma è inutile dirlo.
Mi raccomando, non la farina 00! È troppo raffinata.
Non nel senso che usate quando quest’aggettivo è rivolto alla mia persona, ma in un altro senso che ve lo farete spiegare da qualcun altro.
Che mme chiamo, Alberto Angela, io? Bah.
Potete prendere della farina per dolci, ma nui simm gente semplice, quindi ci accontentiamo pure di quella 0, che andrà benissimo.
11 cucchiai di zucchero semolato, 150 grammi di burro (che poi faremo fondere a bagnomaria).
Un barattolo di ananas tagliato a fette. Non prendete quello con il succo sciroppato!
Serve quello naturale, però abbiate cura di comprare solo quello coltivato illegalmente da qualche parte dell’Africa vicino a una discarica abusiva. Oppure prendetelo ad Acerra.
Se siete in dubbio, sappiate che c’ sta scritto sulla confezione.
Vi servirà anche mezza bustina di lievito. Non fate comm a me che durante la preparazione ‘sto semp con la cap’ ‘ngopp ‘e nuvole. Una sera ho dovuto preparare tre dolci perché nel primo non avevo messo il lievito ed era venut’ ‘na cosa moscia moscia, nel secondo avevo messo tutta la bustina ed era venut’ ‘na cos’ esagggerat. Come queste g.
Andrà bene una via di mezzo, come disse giggin ‘o pataccar mentre andava contromano al centro della corsia sulla salerno-reggio calabria.
Preparaziòn’, preparaziòn’!
Dopo il saltellamento compulsivo, ora dovreste essere nu poc’ stanchi, però dovete fatica’ lo stesso, se no poi quando vostro marito torna per cena pensa che avete passato tutto il pomeriggio con l’amante.
Cosa che tra l’altro sarà vera, ma non bisogna mai dare nell’occhio. Mai.
Fate sciogliere il burro a bagnomaria molto lentamente, fatelo raffreddare e mettetelo in un cuzztiéllo.
Aggiungete lo zucchero e sbattete il tutto con la frusta elettrica.
Aggiungete, un cucchiaio alla volta, la farina, setacciandola. Aggiungete pure un’altra virgola.
Alternate un cucchiaio di farina con uno di succo d’ananas, continuando a sbattere.
Per fare questo, vi serviranno tre mani. Se non le avete, è inutile che campate proprio.
Finito il succo e la farina, aggiungete le uova, una per volta.
Le uova dovranno essere a temperatura ambiente, aprite le uova sbattendo il cocchiolo (è un termine scientifico, è inutile che mi guardate accussi’) con non molta forza sulla vostra testa. Questo è un trattamento che vi tornerà utile anche per rinforzare i capelli. L’importante è che poi non li sciacquiate per tipo quattro giorni. Sai che addor’?
Continuate a sbattere con le fruste nel cuzztiéllo, fin quando il composto non risulterà gonfio e spumoso. Ma questa è una frase da manuale, invece io dico fin quando durante la visione de La prova del cuoco, Antonella Clerici non avrà ancora pronunciato nessuna frase contenente riferimenti sessuali.
Soprattutto se è sabato e in studio ci sono i bambini.
Nel frattempo, accendete il forno (se ce l’avete ventilato, fatelo ventila’, e se no v’arrangiate) a circa 180°.
In un pentolino mettete a caramellare lo zucchero a fuoco lento. Quando si sarà sciolto, versatelo nello stampo nel quale dovrà cuocere l’impasto, che metterete su un fornello per circa un minuto, per farlo caramellare ulteriormente. Attenzione a non farlo bruciare, ma tanto pure se lo fate bruciare che m n ‘mport a mme?, mica me l’aggia mangia’ io?
Togliete lo stampo dal fuoco e disponete le fette d’ananas in modo circolare, una fetta al centro e i gherigli di noce al centro delle fette d’ananas.
Ah, non v’avevo detto delle noci? estiqaatsi!
Sì, vi servono. Mo’ col fornello acceso, il forno che brucia e tutt’ ‘mmienz, non potete scendere un attimo in Messico a prendere delle noci Pecan? E jamm bell’.
Dopo essere tornati, correndo ma stavolta in modo abbastanza decente, a differenza di come fate di solito, perché voi correte peggio di come fa Phoebe nel parco, setacciate il lievito, aggiungetelo all’impasto e dategli ‘n atu colp ‘e frust.
Rovesciate l’impasto nello stampo, copritelo con un foglio di carta forno per non far bruciare la superficie e mettete tutto nel forno. Ah, dovete abbassare la temperatura a 150°.
Per controllare lo stato della cottura, dopo un po’ (e regolatevi voi, v’aggia ricer tutt cos’?) ‘mpizzate nu stecchin al centro dell’impasto (i lati cuociono prima, trogloditi) e se lo stecchino esce pulit’ pulit’, potete togliere l’obbrobrio che avete cucinato.
Perché a voi verrà sicuramente ‘na schifezz.
Fatemi sapere come vi verrà il fattaccio e se avrete avvelenato qualcuno, con i vostri esperimenti, anche se il mio scopo primario sarebbe quello di avvelenare voi.
Con affetto, ma non troppo,
la signora del piano di sopra che vi scòtola la tovaglia ‘ngap.
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